Mauro Faina's blog

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Il rinnegato VIII – Antonia

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Il sacco di Roma – Antonia

La situazione di Dago era inverosimile. Arruolato fra i suoi nemici e diretto in Italia a unirsi alle truppe imperiali comandate dal conestabile di Borbone, il traditore di Francia che Dago aveva conosciuto prima della battaglia di Pavia. L’Italia era un campo di battaglia. Un caos. Tutti combattevano contro tutti. Le alleanze cambiavano in continuazione. Ma c’era una novità. Gli eserciti imperiali, costituiti per gran parte da mercenari, non ricevevano la paga da tempo e, ormai senza precise direttive, si dirigevano a Roma, che potevano saccheggiare facilmente e ripagare così tutti i loro sacrifici. L’esercito imperiale era composto da soldati spagnoli e in maggioranza da mercenari tedeschi luterani fuori controllo. Il Conestabile, al comando, cercava di trattenerli, ma si rivelava impresa ardua. Si avvicinava un terribile massacro che tutte le città d’Italia avrebbero conosciuto. Carlo V, l’imperatore più cattolico del mondo, stava segnando il destino di Roma. Spagnoli e tedeschi. Non ricevevano paga da quasi un anno, in pratica dalla battaglia di Pavia. Avevano vinto, ma non c’era stato molto bottino. Erano vestiti di stracci e non avevano molto da mangiare. Solo gli ultimi rinforzi da Madrid stavano meglio, ma non avevano molte provviste e avrebbero dovuto arrangiarsi depredando le città italiane. Un tale esercito poteva mantenersi solo con il saccheggio. Non c’erano linee di rifornimento o una catena logistica. L’Italia era un grosso pezzo di carne da spolpare. Indifeso di fronte alla potenza di  quell’esercito.

 

Dago sta per entrare in italia al seguito dell’esercito spagnolo. Di nuovo lo stivale italiano sarà il campo di battaglia degli eserciti europei. Il Papa aveva firmato diversi trattati di pace con le città italiane, ma non sarebbe bastato per fermare l’orda tedesco-spagnola che si sarebbe riversata in Italia. L’esercito francese, dopo la batosta di Pavia, si stava riorganizzando. Le diverse compagnie di ventura italiane non potevano fronteggiare un esercito numeroso come quello di Carlo V. C’era un’amara ironia. Un imperatore cattolico avrebbe dovuto garantire il papa e i suoi alleati. Ma metà dell’esercito di Carlo V era composto di tedeschi e svizzeri protestanti che avevano come unico desiderio di bruciare san pietro. Roma doveva stare in guardia. A comandare l’esercito di Carlo V in Italia il traditore per eccellenze, il Conestabile di Borbone (inserire la sua storia nel precedente capitolo). Quella sera nell’accampamento il Conestabile tornò da una missione  e casualmente vide Dago. Non poteva credere ai suoi occhi.

“Dago, sei proprio tu?”

“Sono io, conestabile, le nostre strade s’incrociano di nuovo.”

“hmmm ti aspetto stasera nella mia tenda. Ho del buon vino.”

Uno strano soldato Dago. Amico dei grandi, misterioso per tutti. Un rinnegato che si trovava spesso nel posto sbagliato. Il Conestabile lo attendeva nella sua grande tenda, degna di un re da come era allestita. Un servo alimentava le braci per scaldare l’ambiente. Due coppe sul tavolo piene di vino. Una coperta rossa copriva le gambe stanche del Conestabile, provato dalle ultime vicende che lo avevano bollato come il grande traditore di Francia.

“Non ti domando cosa fai nell’esercito spagnolo, Dago. Ti conosco, non ami parlare del tuo passato e a me non piace domandare.”

2sembri stanco, Conestabile.”

“Lo sono. Questa guerra ci è sfuggita di mano. Non possiamo pagare i soldati. Dunque non li possiamo dirigere. Sono un’orda che si tiene assieme solo per il prossimo bottino.”

“Il prossimo bottino? Cosa vorrebbero fare?”

“Marciare verso Roma!”

I due si guardarono. Sapevano di quello che erano capaci quei soldati allo sbando, ma ancora tanto temibili. I lanzichenecchi tedeschi erano i più motivati, spinti anche dalle loro idee religiose protestanti. Nessuno avrebbe potuto fermarli. C’erano delle truppe papali ad attenderli, ma senza l’aiuto delle città italiane, avrebbero soltanto ritardato l’avanzata degli imperiali. Dago avrebbe potuto facilmente tirarsi fuori dal pasticcio, ma una forza misteriosa lo spingeva a continuare. Strano a dirsi, ma per sentirsi vivo, ne aveva bisogno. Fra l’esercito di Carlo V ormai quasi allo sbando e Roma solo un condottiero si frapponeva: Giovanni dalle bande nere. Inserire qui una breve biografia e verificare quando dago l’ha incontrato.

Intanto la marcia proseguiva. Roma era sempre più vicina. I soldati del Conestabile avanzavano in disordine. Non sembravano più un esercito. Solamente una massa di uomini senza disciplina se non quella della ricerca del bottino. In fin dei conti erano mercenari. Non ubbidivano più nemmeno al Conestabile, ormai un generale ascoltato  a malapena. Ogni villaggio sul cammino dei lanzichenecchi era messo alle fiamme e depredato. Le donne stuprate. I frati impiccati o bruciati vivi. Le chiese, simbolo dell’odiato papa, distrutte e saccheggiate. Dago osservava e non sopportava quei soprusi, ma era impotente. Si massacrava nel nome di Lutero. Il rinnegato non aveva mai creduto nei fervori religiosi, sia cristiani che musulmani. Non capiva come un uomo potesse abbassarsi a tanta crudeltà gratuita. Certo, lui non era un santo, ma uccideva solamente per difendersi o per combattere un’ingiustizia, non in nome di una religione, ma perché sentiva che quella cosa era la più giusta da fare. Stranamente aveva un codice etico da seguire che lo rendeva diverso da quegli assassini. Una sera, nell’accampamento principale spagnolo, Dago venne convocato dal Conestabile. Dago, entrando nella tenda, vide un uomo che sembrava il pallido ricordo di quello splendido cavaliere che aveva conosciuto.

“Sembri un ammalato, signore.”

“Hai ragione. Non ho più un esercito. I soldati hanno eletto dei loro rappresentanti. Non ho più potere. Tra poche settimane saremo davanti Bologna. Farà la stessa fine delle città che abbiamo distrutto finora. Non voglio questo. Bisogna fare qualche cosa. Forse con un riscatto potremo evitare che Bologna venga rasa al suolo. Devi andare in città e spiegare la situazione come mio inviato.

“C’è Giovanni delle Bande nere fra noi e Bologna, dovrò attraversare le sue linee per riportare un eventuale riscatto.”

“Sei suo amico, parlagli e vediamo cosa decide.”

 

 

Giovanni de Medici o delle Bande nere comandava l’esercito che si era formato dopo l’accordo di Cognac del maggio 1526 fra Francesco I, Venezia, Firenze, il Papato e Francesco II Sforza. Sotto le sue insegne c’erano l’intera fanteria e un migliaio di cavalleggeri.

Dago, prima di entrare a Bologna, doveva contattare Giovanni e il suo piccolo esercito che certamente non poteva difendere a lungo Bologna. Non fu difficile per il rinnegato rintracciare il grande capitano. Giovanni non esitò. Amava Bologna e avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvarla. Diede un salvacondotto e una scorta a Dago. Giovanni. Uno dei più grandi condottieri del suo tempo. Dago lo apprezzava per il suo coraggio. Era un combattente sempre in testa ai suoi uomini. Un abile spadaccino, incosciente ma ammirevole.

Il rinnegato e la sua scorta raggiunsero Bologna. Inserire breve descrizione della città e il signore che la governava all’epoca. Fu ricevuto al palazzo comunale da……….. Il consiglio cittadino non era molto propenso a concedere il riscatto all’orda imperiale. Avevano una buona milizia e tutto sommato, le mura di Bologna garantivano la difesa. Dago ascoltò in silenzio e poi con tono fermo e deciso espose la situazione.

“Signori, non sarei venuto qui, se non ci fosse alcun pericolo. L’esercito imperiale si compone di 30000 veterani laceri, affamati e rabbiosi. Per la metà lanzichenecchi luterani di Baviera, Sassonia e Franconia. Non ci sarà rispetto per nessuna città cattolica. Non avete abbastanza acciaio per affrontarli, solo l’oro potrebbe garantirvi la salvezza. Il consiglio cittadino chiese un giorno e diede appuntamento a Dago l’indomani.

Il mattino seguente due carri pieni d’oro attendevano Dago e la sua scorta. Il consiglio aveva deciso di accettare. Bologna sarebbe sopravvissuta. Il rinnegato sorrise e saltò a cavallo al comando della colonna. Durante il ritorno, Dago passò di nuovo per l’accampamento militare dell’amico Giovanni. C’erano molti soldati malconci e alcuni feriti gravi erano cadaveri. C’era stata una battaglia presso una località vicina a Governolo contro i Lanzichenecchi. Giovanni aveva sbaragliato i tedeschi anche se in inferiorità numerica. Il prezzo in vite umane era però stato alto. Lui stesso era stato ferito gravemente con un colpo di falconetto alla gamba. L’arto maciullato doveva essere amputato per impedire la cancrena. Dago entrò nella tenda dell’amico per sincerarsi delle sue condizioni. Il cerusico aveva già messo mano alla sega. Giovanni soffriva terribilmente. Salutò Dago che ricambiò poggiandogli una mano sulla spalla. Il capitano sorrise alla notizia che Bologna era salva. Ma il sorriso non durò che un istante. Doveva affrontare il dolore dell’amputazione, che poteva essere mortale. Dago non si trattenne oltre e uscì dalla tenda. Vegliò tutta la notte, in attesa. Poco prima dell’albeggiare, il cerusico, stanco e afflitto, uscì dalla tenda.  Dago attendeva.

“E’ morto, impossibile salvarlo.”

Giovanni aveva 28 anni. Roma aveva perso il suo condottiero più di prestigio. Dago si coprì il volto con la mano, turbato. Certo, lui era morto dentro e non gli importava nulla della sua vita. Ma la perdita di un amico così leale e coraggioso era difficile da sopportare. Non attese oltre. Non voleva vedere il corpo deturpato e ormai privo di vita di Giovanni. Voleva ricordarlo a cavallo con il suo sorriso e alla carica contro il nemico. La piccola colonna con i cigolanti carri dell’oro si rimise in marcia. Intanto dietro di loro, si dava fuoco ai cadaveri. (vedi lo scontro in cuì Giovanni fu ferito e cosa succedeva ai periti in battaglia).

Intanto a Roma saliva la preoccupazione. Il Papa Clemente VII si chiedeva dove fossero i suoi alleati. Non riusciva a capacitarsi della minaccia proveniente proprio dal cattolico Carlo V. Francesco I era stato appena liberato e stava tornando in Francia. Gli alleati delle città non osavano schierarsi apertamente con Roma. Si erano rinchiusi all’interno delle loro mura. Su Firenze non si poteva fare affidamento. Lo stesso di Siena.  I colonna, famiglia da sempre disposta ad appoggiare il santo padre (vedi breve biografia), ma che non voleva un Medici sul sacro trono, si era messa dalla parte di Carlo V. Il genovese Andrea Doria venne chiamato a dirigere le operazioni di difesa in caso di attacco a Roma. Roma stava per subire un saccheggio terribile.

Dago con i suoi commilitoni spagnoli seguivano l’orda impazzita. Il fervore religioso li spingeva ancora di più. C’erano molti leader fanatici come Enfeldt, che girava per l’accampamento con una bibbia in mano. La voce di dio, la definiva, voleva lavare con il sangue la corruzione che imperava a Roma. Più volte Enfeldt e Dago si erano scambiati sguardi di odio. Dago era un rinnegato, un senza dio agli occhi di Enfeldt. Il fanatico era addirittura più ascoltato del Conestabile, e spingeva i soldati a bruciare, stuprare e distruggere qualsiasi segno della chiesa cattolica in Italia. A capo dei lanzichenecchi tedeschi c’era il generale Frundsberg, ma come il suo comandante in capo, non riusciva più a controllare i suoi uomini. Volevano salvare Roma, ma i Lanzichenecchi si sarebbero fermati solo per l’oro. Forse un riscatto colossale poteva salvare Roma. Ancora una volta il Conestabile inviò il fidato Dago a mediare con Clemente VII.

Roma disponeva di poca gente in arme. Il Papa aveva rimosso molti soldati credendo di essere al sicuro e voleva risparmiare denaro. Sugli spalti quella mattina venne avvistato Dago con quattro compagni spagnoli. Chiese udienza all’ufficiale di guardia. Dapprima molti non gli diedero importanza, e non era possibile concedere un’udienza in così breve tempo. Ma Dago usò argomenti convicenti e descrisse la minaccia che stava per arrivare. Qualche ora e fu ricevuto dal Papa nella sala delle udienze. Ad ascoltare tutti i porporati romani. Il rinnegato parlò sinceramente, dovevano fra presto se volevano salvare Roma. Dovevano raccogliere tutto l’oro disponibile e consegnarlo. Il Papa chiese tempo. Dago gli concesse un giorno, non di più. Uscì da quella sala del Vaticano dall’atmosfera così silente e pesante. Su Roma gravava una condanna a morte imminente. Dago cercò un posto per mangiare e dormire. Roma non sembrava rendersi bene conto del pericolo incombente e c’era molto movimento per le strade. Un incontro inaspettato scosse Dago dai suoi pensieri. In una locanda incontrò Benvenuto Cellini. Artista, soldato e donnaiolo  aveva condiviso con Dago più di un’avventura in precedenza (specificare come e dove). Benvenuto fece un quadro completo della situazione a Roma. Capi corrotti, Chiesa corrotta, il marciume imperava nella città più bella del mondo. Benvenuto era pronto a difenderla, anche se la situazione appariva disperata. Comunque il papa acconsentì al pagamento del riscatto e due carri pieni di scudi d’oro furono affidati a Dago e ai suoi commilitoni spagnoli. Non dovette cavalcare molto per tornare all’accampamento dell’esercito imperiale, sempre più vicino a Roma. Enfeldt lo osservò mentre rientrava e notò soprattutto quei due misteriosi carri. Frundsberg, capo riconosciuto e amato dai suoi lanzichenecchi fu ascoltato e i tedeschi accetarono di fermare la loro furia in cambio dell’oro. I capetti fanatici come Enfeldt non potevano constrastare il comandante, visto che c’era dell’oro facile da prendere anziché combattere per Roma. Ma la soddisfazione del Conestabile e di dago durarono lo spazio di una giornata. Misteriosamente Frundsberg venne avvelenato. Enfeldt non ci mise molto a sobillare i soldati e fargli capire che quella era la volontà di Dio. A Roma, solo a Roma dovevano dirigersi. Era fatta, il Conestabile era fuori dal comando. Tipi come Enfeldt guidavano i Lanzichenecchi. Il Conestabile ordinò a Dago di avvertire Roma e prepararsi all’impari combattimento. Mentre l’esercito imperiale si rimise in cammino con un ruggito mostruoso, il rinnegato già era lontano. Una missione disperata la sua, lo sapeva. Ma ci voleva provare.

Era fine febbraio del 1527 quando Dago raggiunse di nuovo Roma. Corse dal papa Clemente per avvertirlo che tutto era perduto. L’unica speranza era combattere, anche se mancavano i mercenari che il papa aveva licenziato troppo frettolosamente. I forzieri del Vaticano erano ormai vuoti.

 

“Forse io ho la soluzione.” Disse una voce di donna

 

Dago si voltò e vide seduta all’angolo della stanza, una dama molto distinta e sicura di se. Capelli neri raccolti, vestito tipicamente spagnolo con ricami sulle spalle.

 

“Ah, adesso sai operare anche miracoli, Antonia?”

“No, ma conosco dei mercanti ricchissimi che sognano la porpora e pagherebbero per averla.”

“Potrebbe essere una soluazione. Di quale cifra stiamo parlando?”

“Diciamo duecentomila ducati?”

“Sei sicura? E’ una fortuna!”

“Tu dimmi si,”disse la donna al papa osteggiando molta sicurezza “e al resto penso io.”

“Certo che ti dico si. Sei cardinali in più non fanno differenza.”

“Ti servirà anche un uomo abile per reclutare quegli uomini. I tuoi generali sono troppo vecchi e non sanno combattere.”

Il papa e la donna guardarono Dago.

“Dago ci aiuterai?”

“Questa non è la mia guerra. Non voglio schierarmi. Ho buoni amici da entrambe le parti.”

“E’ Roma, Dago,” disse Clemente con tono greve “Se Roma sarà distrutta, l’Europa non sarà più la stessa.”

Dago era perplesso. Non voleva far parte di quel progetto, ma già come gli era capitato in precedenza, c’era qualche cosa che lo spingeva. Il nome Roma era sacro e, anche se non credeva più in niente, quel nome lo spingeva a fare qualche cosa, a rischiare per una causa che non fosse la sua.

“Va bene, lo farò. Ma chi è la dama che mi ha coinvolto in questa catastrofe?”

“Questa è la duchessa Antonia de  Medina, una delle dame più ricche d’Europa e anche una delle più colte. Insolente e testarda, ma consigliera di tutto rispetto.”

“Una dama spagnola?”

“Solo per matrimonio, prima ero una Medici, come il papa mio zio!”

“E vostro marito approva l’aiuto che date allo zio?”

“Il mio amato marito manca del potere di approvare i miei atti. E’ morto! Basta parlare di me. Vi aspetto domani nel mio palazzo per organizzare la raccolta del denaro e il reclutamento.”

 

Dago prese commiato dal papa e si diresse alla locanda dove aveva visto per l’ultima volta Benvenuto Cellini. Aveva bisogno di un farabutto per salvare Roma e l’artista soldato poteva aiutarlo in molti modi. Benvenuto come al solito si stava battendo per soldi o per l’onore di qualche donna. Dago lo richiamò all’ordine e gli spiegò l’intera faccenda. Benvenuto non oppose resistenza, ma avvertì Dago di quanto pericolosa fosse Antonia. Benvenuto conosceva bene la sua storia. Una gran bellezza, sposata quasi bambina a un nobile decrepito. Con un carattere da Baldracca del porto. Una collezionista di uomini di tutti i tipi. Li usava per una notte e li buttava via. Anche lui aveva fatto parte di quella schiera. Dago lo osservò e fece un sorriso malizioso. Era stato colpito da quella donna così sicura di se, così ammaliatrice, e ne era molto incuriosito. Non gli interessava il suo passato. Aveva visto qualche cosa in lei che non vedeva da tempo.

Il giorno dopo Dago tornò in Vaticano. Ad attenderlo la misteriosa Antonia. I due non si piacevano molto. Antonia diffidava di tutto e tutti. Dago era incuriosito. I due percorsero i grandi saloni del vaticano e arrivarono a un lungo corridoio con grandi ritratti di papi appesi alle mura. Il pavimento era di marmo bianco e ai lati i forzieri pieni d’oro aperti che illuminavano di un chiarore giallognolo l’intero locale. Eccoli, i duecentomila ducati erano pronti, come aveva promesso il papa. Antonia si rivolse a Dago con tono deciso e severo.

“Eccoli qua, duecentomila ducati….e tu che risultati hai?”

“Duemila guardie svizzere, duemila veterani delle bande nere di Giovanni de medici e più di tremila volontari della milizia cittadina.”

“Saranno sufficienti?”

“Scherzi? Dovremo affrontare trentamila dei migliori soldati del mondo, assetati di saccheggio. Non ci sarà battaglia, solo resistenza, ma di breve durata.” I due s’incamminarono verso le stanze della nobildonna e si fermarono di fronte alla sua camera da letto, Antonia non capiva le intenzioni di Dago. Quell’uomo era misterioso e imperscrutabile.

 

“Ma allora perché un uomo come te ha accettato un’impresa disperata? Forse per entrare nel mio letto? Guarda lo desideri?” Antonia si denudò davanti a Dago. Dei seni perfetti si presentavano al suo sguardo. Il rinnegato osservò, inespressivo e rispose.”

“No. Non ho mai pagato una donna e non pagherò quando mi chiedono la salvezza di Roma….ci sono puttane che cercano di sopravvivere e puttane che vogliono umiliare. Ma per umiliare un uomo, dovrebbero tenere le cosce strette. Lo sguardo di Antonia passò da quello di una donna pronta a concedersi a una maschera d’odio profondo.

“Fuori di qui o ti faccio uccidere!”

Dago fece un inchino irriverente.

“Duchessa, sono il tuo umile servitore.”

 

Antonia sbattè violentemente la porta in faccia a Dago. Se poteva, l’avrebbe fatto uccidere. Dago si voltò per andarsene, ma un suono proveniente da quella porta chiusa lo bloccò. Avvicinò l’orecchio e ascoltò per un attimo. Sentì un pianto disperato.

Il giorno seguente Dago e Benvenuto iniziarono a girare per le strade di Roma e a verificare cosa fosse possibile fare per fermare l’orda imperiale. I due ragionarono sulla necessità di usare armi che potessero far desistere gli assedianti. Avevano bisogno di pietre, olio bollente, barili di polvere con micce e asce. Dago sapeva cosa fare. Ormai era diventato un esperto militare e ancora si ricordava dei sui insegnamenti quando era Marco Dandolo, il veneziano. Benvenuto lo ascoltava attentamente.

“Vedo una nuova luce nei tuoi occhi, mio caro amico. Ti stai innamorando di Roma?”

“Non lo so, Benvenuto, ma sento di voler fare qualche cosa per salvare questa splendida città.”

“Hmmm, si il tuo nuovo amore si chiama Roma, ma dimmi, come è andata con Antonia?”

“Una baldracca, una semplice baldracca nobile e piena di soldi.”

“Sei ingiusto, Dago, non è proprio come pensi.”

“Come, ora la difendi perché ci hai passato una notte?”

“Ho dormito con lei, ma non ho visto il suo corpo. Non lo mostra a nessuno, ma con le mie mani d artista, l’ho toccata e il suo corpo mi ha raccontato una storia terribile.”

“Spiegati meglio.”

“Scoprilo da solo, io ti dico che sei stato ingiusto.”

I giorni passavano, la preparazione alla battaglia procedeva sempre più febbrile. Dago non lasciava nulla al caso. Non voleva perdere quella battaglia. Riuscì nell’impresa di assoldare altri mercenari, in particolare un gruppo guidato da un misterioso individuo chiamato Mezzafaccia per la sua copertura di metallo che indossava sulla faccia fino all’altezza del naso. I mercenari non dicevamo mai no di fronte all’oro, anche se quel capo possedeva ancora un codice d’onore. Erano accampati non lontani da Roma. Dago li raggiunse in poche ore. Mezzafaccia veniva dalla Navarra ed era stato a capo delle guardie del duca di Medina. Dago s’incuriosì a sentire di nuovo quel nome. Medina, Antonia de Medici era ora una Medina. I nuovi alleati di Dago smontarono il campo velocemente e si misero in cammino verso Roma. Dago e Mezzafaccia cavalcavano alla testa del drappello di mercenari.

“Allora hai conosciuto Antonia?” Chiese Dago

“Si, la giovane Antonia quando è giunta da Roma per le nozze.”

“Adesso ha una brutta reputazione.”

“Attento a come parli, Dago. Non permetterò a nessuno di parlar male di quella donna. Non sai quale calvario ha dovuto sopportare.”

“Raccontami!”

“No, solo lei può raccontarlo.”

Dago non capiva. Benvenuto e Mezzafaccia difendevano Antonia, malgrado la sua pessima reputazione di donna mangiauomini e senza sentimenti. C’era un mistero intorno a lei e voleva conoscerlo. La sua curiosità era forte. Doveva sapere. Non perse tempo. Si diresse al Vaticano e grazie alla sua carica di difensore di Roma e del Papa, potè raggiungere indisturbato le stanze di Antonia. Aprì con veemenza la porta, senza attendere oltre.

Antonia era vicina al suo letto e rimase colpita da quell’intrusione.

“Come osi! Cosa fai qui!”

“Sono venuto a sentire la tua storia. Chi sei? Cosa sei? Chi sei stata? Parla, non sopporto i misteri troppo a lungo.”

“Non hai il diritto……” Antonia non finì nemmeno la frase che Dago la minacciò con un pugno e gridò.

“Parla!”

Antonia chinò il capo, e improvvisamente abbassò le sue difese. E narrò cosa le fosse successo. Era una bambina quando fu costretta a sposarsi con il duca di medina. Un matrimonio d’interesse come tanti in quel periodo. I medici avevano ottenuto proprietà e accordi politici preziosi da quell’unione. Il duca di Medina era noto, però, per la sua fama di essere violento e depravato. Le sue due mogli erano morte in circostanze misteriose. Viveva attorniato da una decina di sgherri pazzi e violenti quanto lui. Antonia era una bambina, un agnello sacrificale gettato in un covo di lupi. Il marito la trattava male, la possedeva con violenza e quando si era stancato, la cedeva ai suoi amici. Un incubo per una giovane donna. Era diventata un semplice oggetto del desiderio a disposizione di un gruppo di mostri. Non poteva fare nulla e aspettava ogni notte, chiusa nella sua stanza, l’aguzzino di turno, pronto a possederla. L’agonia durò mesi e mesi e Antonia subì anche le torture e le violenze più inaudite. Mentre narrava, si abbassò l’abito e mostrò la sua schiena a Dago. Un corpo pieno di cicatrici mostruose era davanti ai suoi occhi. Dago aveva visto cose del genere quando era schiavo e cominciò a capire la sofferenza di quella povera donna. Antonia aveva cercato di ammazzarsi, ma il marito l’aveva impedito e la consegnò ai vagabondi e mendicanti che vivevano attorno il suo castello. Le violenze continuarono, senza sosta. Ogni sera era un vero inferno. Non ricordava quanto tempo trascorse, ma una mattina il duca fu trovato morto. Fu una liberazione. Antonia era l’unica erede e improvvisamente, malgrado avesse raggiunto i più bassi gradi della degradazione umana, era la nuova duchessa di Medina. Il titolo nobiliare trasformò la sua vita. La sua vendetta fu tremenda. I soldati, fedeli ai Medina, imprigionarono e decapitarono tutti coloro che avevano disposto di lei. Non ci fu pietà per nessuno. Ma tanta vendetta non servì a farle recuperare l’anima. Non era più la bambina dei Medici, ma una belva in gabbia, in quel castello ormai buio e freddo in Spagna. Certo, era una donna ricchissima ora, fra le più importanti di Spagna, ma non sapeva che farsene. Il suo spirito spezzato, era completamente apatica e cercava solo la vendetta. Dago l’ascoltava in silenzio. Tanto orrore, tanta sofferenza aveva conosciuto Antonia. In un certo modo era simile alla sua. Anche lui segnato nel profondo dell’anima. Senza più amore, senza sentimento. Solo un odio viscerale che lo accompagnava da tempo. Si sentì molto vicino a quella donna vittima di un destino così atroce. Dago le posò una mano sulla spalla, lievemente, quasi ad accarezzare quel corpo che aveva conosciuto così tanta infamia. Antonia piangeva, le sue lacrime erano amare.

“Perché l’hanno fatto, Perché? Ero solo una bambina. Perché?” La donna si strinse a Dago, quasi a cercare protezione e conforto. Il rinnegato per un attimo provò un colpo al cuore. Il dolore di quella donna era anche il suo. Due cuori di pietra, resi senza sentimento dalle nefandezze umane, battevano all’unisono. Dago mormorò solo una parola.

 

“Perdonami”.

 

Quella notte fu in qualche modo magica. Antonia e Dago si erano trovati. Il dolore indicibile di Antonia aveva fatto breccia nel cuor del rinnegato. Fecero l’amore, un amore pieno di passione, dolore e talmente intenso che i due non avevano mai provato prima. L’alba arrivò a spezzare l’incantesimo, Dago doveva andare a ispezionare le mura, ma i due corpi nudi su quel letto erano ancora avvinghiati e Antonia non smetteva di pronunciare il suo nome.

“Abbracciami, abbracciami ancora una volta. Ora sei mio. Voglio viverti fino in fondo. Sei qui con me e questo mi basta. Sai, mi sento felice. Stento a crederci. Tu mi hai reso una donna diversa. Dago, oh Dago……”. Il rinnegato l’ascoltava, rapito. Era tempo che non si sentiva così preso da una donna, forse non lo era mai stato. Fissava quella splendida donna e dopo tanto tempo si sentiva in qualche modo sereno. Ma i lanzichenecchi incombevano. La mattina dopo

Dago riprese le operazioni per la difesa di Roma. Ma il tempo a disposizione era poco. Gli imperiali avanzavano velocemente. Bisognava tentare qualche sortita per ritardarli. Con  Benvenuto e Mezzafaccia pianificò una missione quasi suicida per cercare di distruggere le preziose riserve di polvere da sparo al seguito degli imperiali. I loro cannoni sarebbero stati così fuori uso. Nei tre giorni seguenti Dago mise assieme un piccolo gruppo di valorosi. Fra questi ovviamente c’era Benvenuto e Mezzafaccia. Si, cresceva la paura, ma cresceva anche quell’amore per Antonia. I due erano ormai inseparabili. La donna era cambiata. Felice come non mai con quell’uomo. Ma non c’era solo un’anima nuova. Anche il rinnegato nutriva un forte sentimento per  Antonia. Si sentiva legato a lei e cercava di trascorrerci quanto tempo più possibile.  Spesso era di buonumore, fatto inconsueto per il cavaliere nero. Sorrideva alla vita, e per un attimo si era lasciato dietro i rancori e le vendette. Avrebbe voluto fermare il tempo. C’era qualche cosa di magico in quelle notti romane. La missione riuscì in maniera completa. Gli imperiali, ormai un esercito allo sbando, non si aspettavano un tentativo così ardito. Ma il manipoli di eroi guidato da Dago riuscì nell’impresa di far saltare i carri della polvere da sparo e rendere i cannoni inservibili. Roma non avrebbe subito il bombardamento. Certo, la superiorità numerica era schiacciante, ma almeno la forza di fuoco era stata ridotta. Passarono circa una settimana da quella sortita. Un mattino, subito dopo l’alba, una sentinella alla porta del tritone gridò: “Guardate, gli imperiali!”. Erano arrivati, alla fine. Lanzichenecchi e tercios spagnoli. I due eserciti più potenti d’Europa, si apprestavano a conquistare e saccheggiare Roma. Dago osservò dalle mura il grande esercito. Sapeva che, nonostante le difese che avevano potuto preparare, era impossibile fermarli. Subito il pensiero corse ad Antonia. Nessuno sarebbe stato risparmiato. Il fanatismo di quei Lanzichenecchi avrebbe sparso morte e distruzione. Doveva far fuggire Antonia. C’era a Roma un uomo chiamato l’Ebreo, il miglior contrabbandiere di Roma. Lui avrebbe potuto attraversare le linee degli imperiali di nascosto e mettere Antonia sulla prima nave per la Spagna. Si, l’Ebreo era l’uomo che faceva al caso suo.

Gli imperiali non persero tempo. Era il 5 maggio del 1527. L’attacco ebbe inizio. Pochi soldati di ventura, cittadini in armi, il rinnegato e l’orefice a difendere il simbolo della cristianità in Europa. Senza cannoni, ma forti del loro numero, i Lanzi e gli spagnoli assaltarono le mura. Dago e Benvenuto erano a difesa della porta del Tritone. Riuscirono a respingere un primo assalto, ma sapevano benissimo che il secondo sarebbe stato fatale. Anche lungo le altre mura c’era stata della resistenza, ma gli imperiali avevano solo voluto saggiare le scarse difese della città.  L’indomani sarebbe stato il giorno decisivo. Roma era destinata a perire. Era giunto il momento di pensare a far fuggire Antonia. Era rimasto poco tempo. Poche ore. Quella notte, l’ultima, Dago condusse Antonia dall’Ebreo. Il piccolo gruppo si diresse verso le vecchie catacombe cristiane vicino i fori imperiali. Era una via che i contrabbandieri usavano per far entrare le merci a Roma e come via di fuga nel caso di pericolo. Dago e Antonia si scambiarono l’ultimo bacio. Una carezza sfiorò il volto duro  impenetrabile del rinnegato. Ma i suoi occhi erano pieni d’amore.

“Ti aspetterò.” Disse Antonia. Una lacrima le solcò il volto. Sapeva che sarebbe stato pressochè impossibile. Dago lo sapeva e mentre l’amata scendeva le scalette di pietra verso i sotterranei delle catacombe, mormorò solo un mesto commiato

“Addio.”

Antonia sparì nell’oscurità. Dago rimase solo a osservare quelle pietre, improvvisamente si sentì di nuovo solo. Il suo cuore si richiuse. Ora la notte romana era gelida. Una brezza si alzò improvvisamente e il suo mantello nero si sollevò, quasi ad abbracciarlo in una stretta mortale. La sua anima era di nuovo tornata all’inferno. Il giorno seguente , con un alba rosso sangue, gli imperiali, con i Lanzi alla testa, assaltarono Roma. Nulla poterono i difensori. Nella notte parecchi mercenari avevano disertato, visto il pericolo incombente. Le mura erano difesa da pochi combattenti. Dago e Benvenuto si ritirarono con i pochi uomini rimasti e le ultime guardie svizzere, l’ultimo baluardo difensivo del papa. Ma non ci fu nulla da fare. Erano troppi, i maledetti imperiali. Un ultimo atto di coraggio vide gli ultimi svizzeri assaltare l’orda assassina. Sparirono velocemente fra lance e spade. Dago e Benvenuto avevano ancora un’ultima missione da compiere. Salvare il papa Clemente VII. Castel Sant’Angelo poteva essere la soluzione. L’ultima fortezza dentro Roma che poteva difendere sua santità. I due piombarono in Vaticano, presero il papa e con un gruppo di fedeli, si aprirono la strada fino alla fortezza, collegata alla città con un ponte. Difficile da conquistare, dato che era difesa da mura altissime e cannoni potenti. Un massiccio portone di ferro chiudeva l’unica via di accesso. Fu un miracolo, ma riuscirono nell’impresa, grazie all’eroismo di quei pochi che ancora credevano in Roma. Si fecero largo fino a raggiungere il ponte, inseguiti dai Lanzi. Dago scorse dei barili di polvere e decise di farli saltare in aria. Dago accese una miccia, mentre Benvenuto accompagnava fin dentro la fortezza il papa. Un’esplosione scosse l’aria e molti imperiali furono sbalzati per aria. Dago finì in acqua e rimase nascosto. Potè scorgere il portone serrato di Castel Sant’Angelo. Il papa e il suo amico Benvenuto erano salvi. Roma non lo era. Il suo martirio era appena cominciato.  Indicibile quello che accadde. Lanzi e Spagnoli incontrarono qualche resistenza in alcuni palazzi, dove c’erano delle guardi armate. Poca cosa, comunque per opporsi alla loro sete di ricchezza. Le chiese furono tutte saccheggiate. Ogni religioso veniva passato per le armi. Cardinali e vescovi erano torturati e denigrati. Le monache, stuprate e poi uccise. Molti cadaveri giacevano per le vie di Roma. Il Vaticano fu interamente saccheggiato e dato alle fiamme. Ovunque uomini di chiesa impiccati o crocifissi. In nome di Lutero una follia assassina si era scatenata. I soldati portavano fagotti pieni di oggetti d’oro. Ogni donna era assalita e violentata. Nessuna pietà per questi papisti, come venivano chiamati. Dago rimase nascosto per parecchio tempo, testimone di quelle barbarie. Non poteva fare nulla. Era impotente. Un angelo nero che assisteva a tutte quelle atrocità. Si mosse appena possibile, di notte. Doveva abbandonare Roma, ma al momento sembrava impossibile. Nei giorni successivi assistette al terribile saccheggio. Non c’era più un esercito, ma una miriade di assassini, strupratori e ladri che si aggiravano per le strade di Roma. Le cattedrali bruciavano. Roma era ormai un cane morto. Per Dago c’era pericolo ovunque. La morte lo aspettava dietro ogni angolo. Il rinnegato trovò rifugio in un palazzo che aveva già conosciuto il saccheggio dei Lanzi. Entrò con circospezione e nel caos di quella che una volta era una dimora elegante, udì un lamento. Una donna e le sue due figlie erano nascoste dietro un muretto di marmo. Dalla stanza adiacente, improvvisamente delle voci. Il palazzo era ancora occupato dai terribili imperiali. Il gruppetto entrò nel salone dove si trovava Dago, ma non gli prestarono molta attenzione. Cercavano quelle tre donne, che, spaventate com’erano avevano già conosciuto le loro attenzioni. Dago non perse tempo e con la sua daga sgozzò uno dei tre. Un altro soldato fu raggiunto da un altro pugnale al collo e il terzo si trovò decapitato da un preciso fendente della spada di Dago. Le donne erano per il momento salve. Dago cercò una via di fuga. Sapeva che le fognature potevano aiutarlo e cercò febbrilmente un tombino all’interno del palazzo. Riuscì nell’impresa e scese con la donne e le sue giovani figlie nelle fognature sotterranee. Da lì avrebbero potuto raggiungere l’esterno, evitando nuovi pericoli. La signora guardò con riconoscenza quell’uomo nero, spietato, ma che aveva rappresentato un miracolo.

“Non so come ringraziarti, mio marito ti ricompenserà.”

“Signora, se cercassi ricompense, sarei di sopra a saccheggiare.”

“Lo so, non pretendo di pagare ora, ma se un giorno verrai a Venezia, cercaci……”

Quel nome, tanto desiderato e maledetto.

“A Venezia?”

“Si, mio marito è il doge, il Principe Grimani.”

Dago impallidì. Improvvisamente il suo passato tornò più vivo che mai. Che destino beffardo. Aveva salvato la donna del responsabile della distruzione della sua famiglia. Colui che l’aveva condannato a una vita dura e triste.

“Hai mai sentito il nome Dandolo, mia signora? “

“Oh, si. Una famiglia nobile che trafficava con i turchi. Furono tutti barbaramente assassinati una notte. Non si sa chi.”

“Io lo so, signora.”

“Lo sai? Ma chi sei?”

“Sono un uomo che quella notte morì”

Dago non si accorse dell’espressione incredula della donna. Un soldato, non visto, all’interno del palazzo, era fuggito in cerca d’aiuto e aveva condotto molti uomini all’inseguimento del rinnegato. Il trambusto fece sobbalzare Dago.

“Eccoli!”

Dago intimò alle donne di scappare, mentre lui fermava gli imperiali. Non fu difficile. Erano ormai ubriachi, senza disciplina. Uno a uno, caddero sotto i suoi colpi d’arma da fuoco e di spada. I fuggitivi , visto il pericolo, proseguirono il  cammino nelle fognature e poterono raggiungere una sicura via d’uscita. Dago sistemò le donne in una casa apparentemente sicura, lontana dal centro, messo a ferro e fuoco.

“Mio marito ti ricompenserà.”

“Già. tuo marito. Il principe Grimani.”

Mi ricompenserà con la sua morte, pensò, con un ghigno crudele.

Scese la notte. Dago doveva trovare il modo di salvare queste donne. Castel Sant’Angelo al momento sembrava il rifugio più sicuro anche se circondato dall’esercito imperiale. Dago si ricordò di un passaggio segreto di cui gli aveva parlato Benvenuto. C’era uno stretto cunicolo alla base di una delle arcate del ponte che conduceva al castello. Una porte mobile di pietra, apribile solo dall’interno, nascondeva il passaggio segreto. Doveva però trovare il modo di avvertire l’amico. L’idea gli venne osservando una balestra abbandonata. Legò un messaggio alla freccia e lanciò. Fu fortunato. Un soldato di guardia raccolse la freccia e la consegnò a Benvenuto, messo a capo del manipoli che difendeva il castello. Cellini lesse attentamente. Era felice che il suo amico fosse vivo e pronto ad aiutarlo per salvare le donne. Non perse tempo. L’appuntamento era al calar delle tenebre. La piccola imbarcazione si accostò all’arcata del ponte. Dago, la moglie di Grimani e le figlie rimasero nascosti nell’oscurità ad attendere. Non attesero molto. Le pietre si mossero, e un cigolio salutò i fuggiaschi. Benvenuto in persona era venuto a salvarli. Le piccole Grimani entrarono seguite dalla madre che si voltò a salutare per l’ultima volta dago.

“Signore, non so come ringraziarti. Mio marito ti coprirà d’oro.”

“Dì a tuo marito che un giorno ci vedremo.”

“Cavaliere, non mi hai ancora detto il tuo nome.”

“Mi chiamo Dago, signora. A Venezia ero conosciuto come Marco Dandolo.”

La nobildonna impallidì.

“Oh, no. Sei tu quello che…..?” Gli occhi della donna si riempirono di terrore

“Sono la sentenza di morte di tuo marito signora. Ora va. Non c’è tempo.” La donna esitò un istante, poi Benvenuto la tirò dentro il cunicolo.”

“E tu Dago, non vieni?”. Chiese Cellini

“No, ho ancora una missione da compiere qui a Roma.” Salutami il papa.

Il rinnegato tornò ai remi della piccola barca e si diresse verso riva. Quale poteva essere l’ultima missione romana di Dago?

Si chiamava Enfeldt. Questo era il fanatico religioso che aveva condotto il massacro a Roma. L’uomo che aveva ucciso con il veleno il comandante dei Lanzi che non voleva il saccheggio di Roma. L’uomo che aveva diretto in prima persona i massacri di intere famiglie romane. Che aveva decapitato innocenti sacerdoti in nome di Lutero. Ormai molti soldati si erano allontanati da Roma. Le provviste erano finite. L’oro non saziava e lentamente l’esercito impazzito di Carlo V aveva abbandonato la città. Enfeldt e la sua marmaglia erano ancora pericolosi, ma Dago era tornato a essere quel vendicatore spietato, che lavava la pazzia umana con il sangue. Enfeldt andava eliminato. Dago era tutto sommato ancora un soldato del tercio spagnolo e tornò a indossare l’armatura da soldato. Potè così mischiarsi fra le truppe occupanti. Non fu difficile scovare il tedesco luterano. Era ancora al Vaticano, a eliminare e sgozzare papisti. Dago si mischiò alla solita gazzarra generale per non essere riconosciuto. Improvvisamente estrasse le pistole e con due colpì precisi si liberò dei due soldati che accompagnavano Enfeldt. Il luterano non rimase sorpreso. Finalmente aveva di fronte Dago, il rinnegato che aveva tanto ostacolato il suo progetto. Ma Enfeldt era uomo di chiesa, fanatico, non poteva competere con un vero uomo d’armi. Il duello non fu lungo. Enfeldt, pieno di furore, cercò di scagliare il primo fendente, ma non andò a segno. Sbilanciandosi, offrì il petto alla spada di Dago, che lo trapassò da parte a parte.

“Addio Enfeldt, volevi distruggere Roma e ci sei riuscito. Ma Roma ti porta con sé nella sua tomba.”

Non ci volle molto perché l’esercito abbandonasse la città. Non c’era più  niente da saccheggiare. Avevano un bottino enorme, di una delle più grandi città d’Europa. Dago si trovò un rifugio con alcuni vecchi commilitoni spagnoli, non felici di aver partecipato al saccheggio della capitale dei cattolici. Attesero il ritorno a una certa normalità, quando per le strade non ci fu pericolo. Intanto la famiglia Colonna faceva da mediatrice con il Papa, per liberarlo da Sant’Angelo. Presto, malgrado le profonde ferite, Roma sarebbe tornata a vivere, anche se non sarebbe mai stata più la stessa. Aveva subito mille martìri.

Dago abbandonò la città, un rudere  ormai dominato dai topi e dalla peste che sarebbe giunta presto. Ci sarebbero voluti anni per riportarla all’antico splendore. Roma aveva rappresentato tanto per il cavaliere nero, ma era già un ricordo come la dolce Antonia. Il suo cammino di morte proseguiva.

Written by dago64

June 29, 2011 at 10:37 pm

Posted in Il Rinnegato

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